Modelli di sviluppo: il 5 giugno a Ostiense c’è l’OpenCamp. Avanti coi pionieri

UN CAFFE’ CON…SIMONE CICERO, ECONOMIA CONDIVISA E INNOVAZIONE

Simone Cicero

Simone Cicero ha 34 anni. Da anni si occupa di innovazione, strategia, tecnologia e sviluppo.  E’ tra gli organizzatori di OpenCamp, una full immersion sulla nuova economia in programma il 5 giugno all’Opificio Telecom Italia, via dei Magazzini Generali 20 dalle 9 alle 19. In mattinata i protagonisti si raccontano, nel pomeriggio 5 workshop: dalle tecnice di  Strategy Making collaborativo al Civic Crowdfunding fino ai nuovi modi di produrre innovazione. Una iniziativa nata in collaborazione con Telecom, Working Capital, e Hopen un gruppo nato nel 2011 a Roma che si occupa di promuovere un nuovo concetto di economia, collaborativa e condivisa.
Simone, che cosa succederà a Open Camp 2013?
«Parleremo di sviluppo economico e impresa. Apriremo col quadro in cui si sta muovendo questa trasformazione economica e poi parleranno una decina di realtà imprenditoriali e no profit, i pionieri di una nuova visione».
Chi ci sarà?
«Ci saranno i ragazzi di Dropis e il loro progetto di moneta alternativa. Ma anche Cocoon, un’azienda che sta sviluppando un modello di open company, azienda open source. Si parlerà di Slowd e di design: stanno sviluppando una piattaforma per il design a chilometro zero, una sorta di fabbrica diffusa. Con i romani OpenPicus si affronterà il tema dell’Internet delle cose».
In cosa l’OpenCamp sarà differente da altri appuntamenti dello stesso genere?
«Ci siamo posti l’obiettivo di parlare criticamente di innovazione, intesa come trasformazione. Vogliamo mettere di fronte a tutti i pionieri di un nuovo approccio e dimostrare che ci sono in Italia e Roma e che sono vivi».
Ecco, in Italia come siamo messi?
«Indipendenza e fardasoli, anziché una visione condivisa delle cose: questo ci ha frenato. Per altro verso, abbiamo una grande tradizione dal punto di vista del design e della produzione manufatturiera».
Che ne pensi dei fablab di casa nostra?
«Stanno crescendo. Il rallentamento è dovuto al fatto che le leggi e i regolamenti italiani sono soffocanti».
E Roma?
«La scena è viva da almeno due anni. Ci sono tante persone interessate ad un Fablab a Roma. Serve però qualcuno di esterno che sposi la causa. In altre parti del mondo i fablab sono sostenute economicamente da università, municipalità. In un contesto italiano i fondi italiani non vanno in questa direzione. Finora non c’è nessuno che ha investito in risorse e spazi. C’è bisogno di uno slancio».