Alle tre di mattina…

Alle tre di mattina l’unica soluzione è mettersi in strada, aprire la bocca e prendere aria. Può essere, ma non è neanche certo, che il vagare notturno concili il sonno, lì dove hanno fallito due salsicce, una puntata di RaiStorie su Padre Pio e un’altra sul viaggio del 1938 in Cina della moglie di Indro Montanelli. La compagnia dei camion dei netturbini e l’odore esplosivo dei fiori, qualche tassista e un silenzio che quasi mi spaccava la testa. Testaccio, su per il Campidoglio, piazza Venezia e poi ancora Trastevere, il Gianicolo e giù per la collina di Monteverde e poi su per la Gianicolense…

Il Capodanno Bangla e il risucchio

Aspetto che a villa Gordiani scenda il buio e che le luci del Capodanno Bengalese schizzino fuori insieme ai fumi delle bancarelle. Uno spiedino di carne di tacchino, un panzerotto di verdure, tamburi, l’odore acre e dolce delle spezie.
– Scusi, me dà ‘n tovagliolo?
E’ romano, e come se lo è. Ha i pantaloni Carrera, di quelli molto alti in vita, una scarpa tipo moccassino, una Polo rossa a maniche corte, pochi capelli, gli occhialini da presbite colorati di celeste poggiati sul naso. Ordina una zuppa di lenticchie, ma per pulirsi la bocca ha bisogno ancora di aiuto. E ad ogni cucchiaio che gli sale in bocca è un risucchio. Sempre di più, sempre di più, fino al punto che la testa gli si piega sulla ciotolina con una contorsione verticale delle mani. Mi chiedo perché non abbia ruttato. Volevo che richiamasse la folla con un boato gastro-esofageo. Ma è mancato nel Do di petto e dopo una ripassata di lingua fra i denti e l’ultimo strazio alla fettina di limone con tanta grazia a contorno del piatto sì è perso nella folla, coperto dai fumi delle griglie.
Quando esce di scena la sera sta già chiudendo la luce. L’esposimetro della macchina fotografica scende ed è quasi ai limiti. E’ tempo di fotografare. L’odore delle ciambelline dolci fritte è una tentazione, la bellezza dell’indiana dietro il bancone degli spiedini anche: orecchini pesanti fin quasi all’attaccatura del collo, un pendaglio sul petto, seta rossa e bianca.
– Conosci Bachu?
– Sì, la prima volta che ci ho parlato è stato così aggressivo che pensavo volesse picchiarmi.
Il buio ha finalmente risucchiato ogni punto di sole. Vado a caccia di facce. Fra i tavolini di plastica sorrisi, bambini, matrone avvolte con dignitosa compostezza. Dietro al palco del concerto è un saliscendi di veli e make-up.
– Ferma così, grazie.

Muccassassina

Serata bizzarra quella di ieri al Muccassassina: cercavo Vladimir Luxuria, non l’ho trovata. Doveva presentare un libro, il suo libro. Non l’ha fatto.  Così ho preso a vagare (elemento tutt’altro che inusuale): primo piano, terzo piano, privèe, sicurezza, staff, parrucche, muscoli, make up, ammiccamenti, cannucce. “E’ la mia prima volta al Mucca” le ho confessato. “Ne vedrai delle belle”. Alle tre di mattina via Prenestina erano solo lampioni e cemento. La Tangenziale, l’urbano che diventa mostro, aveva l’aspetto confidenziale di un tetto…

Ma Stefania lavora ancora qui?

Due euro di vino rosso e una locanda con vista Pantheon che sembrava uscita da un negozio di arredamento: un rigurgito sputato da una tinozza da dieci litri che forse anche la benzina avrebbe avuto un trattamento più felice. E il vino, dal bicchiere, s’era impuntato come un mulo: un sapore ingrato. Era iniziata con un litigio attorno a un tavolo del Centro una di quelle serate storte, quelle in cui le parole non seguono alle parole, in cui i pensieri sono peggio di una pioggerellina appiccicosa d’agosto, quelle sere in cui di solito si finisce a scrivere. Bella soluzione. “What a feeling, please believe me”, ecco ci mancava anche la musica degli anni Ottanta. Ora quei quattro nomi che mi frullavano per la testa non avevano una storia, ma almeno avevano uno straccio di canzone cui aggrapparsi.
– E se mi nutrissi solo di acqua di cicoria? – pensai.
Ma i dubbi sulla mia educazione alimentare non erano la ragione che m’avevano spinto da quelle parti. Volevo sapere dove fosse finita Stefania.
– Serve all’ora di pranzo – mi aveva già risposto una volta. Ma tanto s’era già dimenticato. Era il padrone della locanda? Serviva solo ai tavoli? Capelli grigi, viso quadrato, romano, si grattava la testa seduto quasi a cavalcioni fra la strada e l’interno. Se avessero tolto i automobili e motorini e scolorito le luci era una scena di 60 anni fa. Forse la Nastro Azzurro non c’era però. Tre birre sul tavolaccio di legno e un compare accanto. Era ubriaco.
– Stefania lavora ancora qui?
– Serve all’ora di pranzo – mi rispose ancora. Ma stavolta aggiunse un particolare non richiesto.
– S’è fidanzata con un americano. E’ gelosissima. Litigano sempre e lei gli fa con il dito “Fuck off” – sbiascicò.
“Oh oh when i fall in love”, dall’altra parte del Tevere, a piazza Trilussa, una chitarra mandava musica a intermittenza: dall’archivio infinito delle note, salivano e scendevano pezzi dei Led Zeppelin, ululati di Battisti e chissà cos’altro.
– Falla in sol – faceva uno alto e magro al musicista. Pareva avesse il ballo di San Vito, e non stava fermo un minuto. – Qui se abbassi la guardia ti fregano – disse ad un certo punto.

Di notte…

Scrivere? Sì, proprio così, scrivere. Alle due di notte, mancano appena dieci minuti, un bicchiere di latte, una fetta di ciambella e le dita hanno preso a scorrere. Neanche fosse la prima volta. Ma alla fine (perché è la fine) di una giornata allentata da una leggera sensazione di spossatezza il sonno, ahimè, fatica a macinare sogni. O incubi. E il mio libro? La storia è tornata a macerare da qualche parte. Forse un giorno verrà fuori, forse.