Un Morellino al Bohémien

Al Caffe Bohémien in via degli Zingari invece i mirtilli del Morellino di Scansano facevano i salti di gioia fra lingua e palato e scivolavano dallo spesso calice di vetro come in una processione. Era giovedì sera e la pioggia aveva preso a cadere sui sampietrini di Monti, vaporizzata. Il temporale si sarebbe scatenato dopo, avrebbe lavato l’aria dalla polvere di una primavera pigra e scostante. Ero entrato al Bohémien scortato dagli occhi curiosi di quella che aveva tutta l’aria di essere la padrona di casa. Jazz, velluto color prugna e verde scuro, un pianoforte, sagome di luce posata, tavolini rotondi: una vera spremuta kitsch che pareva star lì per ubriacare chi s’era messo in testa di raccontare. In un angolo in fondo, spalle al breve corridoio nero che portava alle cucine e ai cessi: il profumo dell’umido e delle muffe m’aveva portato lì. E forse non era un caso. “Maybe maybe tuesday”, jazzava una voce.
– Se n’è andato all’improvviso e nessuno ha più saputo niente di lui – aveva scandito a voce bassa mentre un sax s’arrotolava su se stesso. Il nero fitto dei capelli aveva una potenza arcaica. Testa a testa, stringeva gli occhi sull’uomo.
– Arianna, credo sia partito col pensiero di non tornare.
– L’avrà combinata grossa.
“Tentano di rubare una matassa di rame: dieci romeni arrestati dai carabinieri” e poi un box sull’ernia del disco. – Il tavolino coi fogli di giornale plastificati. Che idea, suona quasi una beffa – avevo pensato. Il rumore degli scatti della macchina fotografica avevano improvvisamente preso la scena: sei shoots. La luce continuava a cercarmi: una lampada giallo ocra sul pianoforte, quattro bicchieri accesi da una sorgente rossa. – Fotograferei tutte le luci del mondo, quando di notte anche un tavolino, un maledetto tavolino torna protagonista.
“Eyes without a face”, dopo il jazz Billy Idol sale in cattedra. “Passion from desire”. La fascia che le tiene i capelli ricci e biondi le toglie qualche anno, lui ha il viso buono: si abbracciano e poco dopo sul bancone del bar sono pronti due bicchieri di vino rosso. “Shape of my heart”. Il mio Morellino invece scalcia con il dolce alla pera.
– E’ stata una settimana da sfascio.
Con l’ultimo sorso di Morellino il tempo al Bohémien s’era esaurito. “Fragile we are”.

Dieci anni dopo o giù di lì

Non me lo ricordo nemmeno. Della storia ho perso completamente la memoria. Di “Tokyo blues” di Murakami resta la copertina rossa, una dedica e più o meno 11 anni in mezzo. “Io l’ho letto in un momento particolare” mi disse Ernesto. “Credo che stia succedendo anche a te”. Già, era esattamente così. Se era amore o era un calesse poco imp0rta. C’erano le mie montagne e tanto bastava. Undici anni dopo, Murakami mi torna fra le mani, si attacca alle dita quasi, insieme ai semi di girasole, a quelli di petunia (erano nelle scatoline poco prima delle casse). Salvo poi venire a sapere che Murakami e il suo “Dance dance dance” erano sempre stati nella mia libreria. Almeno da due anni.
Interessante incastro delle coincidenze. Più o meno le stesse che mi spingono a vagare per le strade della città: una curva, un’altra, un’altra ancora, un taccuino, una pagina e un’altra ancora.
VENERDI’ SANTO Il giorno della passione di Cristo dedicato al jazz. Forse anche questo non è un caso. Al Charity c’era Pippo Matino. Il basso dettava le regole e segnava il passo. Il sax di Giulio Martino ammorbidiva il Primitivo che la mobilissima cameriera (un vero pendolino) m’aveva servito: ma quella sera, la sera della Passione il rosso aveva smesso di parlarmi. Non ne voleva sapere. L’obiettivo della macchina fotografica, anche quella volta, era troppo sulla scena, la prevaricava quasi: un obiettivo invadente, asfissiante. Avevo bisogno di scena.
IL LAGHETTO DELL’EUR Eccola la scena: palazzo dell’Eni, prato, pomeriggio inoltrato, il vento che rinfresca le braccia.
– Sei proprio una stronza, perché lo devi sputtanare così poveraccio?
– Chissà cosa si aspetta da me
– Lui com’è? Com’è Marianna?
– Lui si aspetta una strafica
– Ma che stai dicendo?
– Alessia, ma che fai piangi?
– Ma io sto bene da sola
– Non dire scemenze. Se stavi bene da sola neanche ci parlavi
Mano nella mano, lui davanti e lei a seguire: la sigaretta in bocca,alla malandrina, il cappellino appena appoggiato alla testa rasata, che non si capisce come resti al posto suo. Raggiunge gli altri e s’accovaccia in terra: è arrabbiato. Un barboncino si rotola sull’erba: sta godendo come un matto. Il beep di un cellulare.
– Se gli rispondi male ti pisto…