Appunti di marzo 03

<Cronaca, magari ci scrivo pure locale, anzi no. Spettacolo sì. Cronaca e spettacolo, suona bene>, si diceva mentre la penna compilava l’ennesimo modulo. “Nato a, residente in” e se non era al primo foglio, al secondo arrivava puntuale lo scambio della città con l’indirizzo. Un appuntamento che non aveva mancato neanche davanti a quell’impiegata. Grandi tette,  bel viso, accento toscano: bastava poco per diventare amici. “Ma hanno una qualche utilità queste liste dove finiscono cassintegrati e disoccupati?” le aveva chiesto. “Le aziende che vogliono assumere possono attingere da questa lista e magari hanno pure sgravi fiscali”. Un giro di parole neanche troppo fantasioso per dire che era inchiostro buttato. Le grandi tette non sempre vanno d’accordo con la chiarezza.

Il Rialto violato

“Hanno fatto cose brutte. Sono venuti dietro al bancone, qualcuno ha cercato pure di mettere le mani nelle borse”. Era un sabato freddo, uno di quelli che marzo regalava agli illusi della primavera. Su Lungotevere non passava una macchina, che pareva un mercoledì di metà novembre. Forse stavano ancora tutti allo stadio: la Roma aveva preso 4 gol dalla Juventus. In via Sant’Ambrogio 4 si respirava invece l’atmosfera del day after. La sera prima un plotone di poliziotti aveva fatto irruzione al Rialto e avevano messo i sigilli. Irregolarità amministrative, qualche rissa, schiamazzi notturni e avevano chiuso le porte. “Prendi qualcosa?” gli aveva detto da dietro il bancone. Nella penombra solo le luci disegnavano la linea esile di Lucia e i suoi denti bianchi. “Ti offro qualcosa per scaldarti”. Nel bicchiere di plastica il Jack Daniels faceva a pugni con due cubetti di ghiaccio, mentre il vento, proprio il vento, in quell’imbuto di ciottoli e tavolini, non passava. “Aspettiamo martedì, quando dovrebbe esserci un incontro. Certo, ieri notte erano veramente tanti. Fuori in divisa e dentro in borghese. C’era persino la scientifica con le telecamere. ‘Serve a tutelare tutti’ mi hanno detto”. A un piano di distanza le figure di cartone di Know Hope raccontavano l’amicizia e la speranza dietro alcuni mucchietti di terra: “Le vogliamo portare anche fra i vicoli del Ghetto”.

Appunti di marzo – 2

Un po’ come infilarsi una maglietta, stretta al collo, che proprio il collo non esce. Elucubrando sui se e sui ma, senza neanche tralasciare una virgola, aveva aperto e chiuso la porta di casa. La meta? Rimaneva una percezione nebbiosa, una nuvola di gas sospesa in aria. L’aranceto di Santa Sabina sull’Aventino era abbastanza in alto per non affogare nelle esse del Tevere. No, non gli erano bastati neanche i silenzi pomeridiani di Sant’Alessio, Santa Sabina, Santa Prisca. E neanche Sant’Anselmo. “Benedettini?”, s’era chiesto, mentre con passo rigido e sospetto s’aggirava tra il portone della struttura, i militari e tanti altri cancelli sbarrati, che neanche dietro ci fosse il Papa. Mancava sempre un passaggio per andare un po’ più in là, c’era sempre un videocitofono. “Meglio rimettersi in moto, forse perdersi tra i turisti può essere la risposta”. Intanto il cielo scuriva, il sole di marzo s’era spallidito. Anche sulla scalinata dell’Ara Coeli. A metà strada la voce di un megafono gli aveva solleticato le orecchie: uno dei tanti rigagnoli del fluire delle cose era a portata di passo.

FUORI CAMPO Stretti, vicinissimi gli uni agli altri, quasi fiato a fiato, divisi solo dai pochi centimetri di una transenna. In piazza del Campidoglio s’erano riuniti quelli dei movimenti per la casa, tenuti a bada da una ventina di poliziotti. Uno scalino, un altro scalino, più in alto non si va. “Cazzo, stringe troppo questo teleobiettivo” s’era mangiato fra i denti. Una spinta, la transenna si sposta in avanti e il manganello si agita in senso contrario. Pochi secondi, una carica di contenimento, si dice in gergo. Poi cala la tensione. I bambini riprendono a giocare con gli striscioni, qualcuno ci prova a ridare voce al megafono, ma sembrava quasi ci miagolasse dentro. Un agente si accende una sigaretta, passa un’anziana. Altri si rilassano con una birra.

Gli alberi di plastica

“Barboni e zingari di merda”. Il bianco del pannello di truciolato risalta a malapena il celeste del pennarello. Ma il messaggio era chiaro e doveva arrivare al clochard di turno. Così per non lasciare spazio alle sviste o alla disattenzione qualcuno glielo ha piazzato vicino ai materassi, ai cenci, ai cartoni, alle carabattole con cui sopravvive in quell’angolo di desolazione urbana, sotto il ponte della Ferrovia tra lungotevere degli Artigiani e il ponte di Ferro. Stavolta però “barboni e zingari di merda” non c’entrano niente con l’ennesima malattia del Tevere. Sulle cime degli alberi i frutti dell’alluvione continuano a penzolare: centinaia di migliaia di buste di plastica. E stanno sulle fronde, fra i rami, in mezzo agli uccelli, da tre mesi. Da quando a metà dicembre il fiume si gonfiò così tanto da sommergere gli alberi, che a loro volta si trasformarono in reti per immondizia di ogni genere. Il Campidoglio aveva promesso un intervento in tempi rapidi, ma sono passati tre mesi. Sembra però che fra 10 giorni dovrebbero partire i lavori che riguarderanno il tratto compreso fra Ponte Milvio e lungotevere di Pietra Papa e che dovranno concludersi per la fine di maggio. In tempo per l’Estate Romana. Intanto la ciclabile che corre da viale Marconi all’Isola Tiberina continua a sprofondare nel degrado. Oltre le buste, una scenografia tetra che copre riva destra e sinistra senza soluzione di continuità, la sabbia ha completamente invaso la strada e le panchine, ricolme di stracci ed erbacce, sono inservibili. Lo stesso corso della ciclabile, all’altezza del vecchio barcone affondato, è transennata. “Guarda che schifo, è un’indecenza”, fa un carabiniere a cavallo. Sono le 13 quando una pattuglia a cavallo incrocia il tratto di ponte di Ferro di una ciclabile praticamente deserta, se si escludono altre 4 o 5 persone fra ginnasti, ciclisti e pensionati a passeggio.

Appunti di marzo – 1

Tic, tac, tic, tac, tac. Era il momento giusto. L’aria s’era finalmente scaldata. La primavera, prima ancora che sul termometro, era già arrivata nel naso: ventate di mare e fiori. E negli occhi: la luce del pomeriggio virava verso l’arancione. Poteva bastare per mettere il naso in strada. Per questo aveva accantonato la tastiera, messo da parte il bicchierone di camomilla e staccati i contatti al monitor. In rapida successione si era scontrato con la sua massa informe di mutande colorate, di calzini ostinatamente bianchi e magliette altrettanto ostinatamente nere: come ogni mattina, come ogni pomeriggio, come ogni stagione. “I colori scuri sfinano” aveva letto su qualche rivista di infima categoria e i colori scuri hanno continuato a sfinare. Liceo, università, maturità tutti in un sospiro, in una poltiglia di pochi, ma solidi, pensieri. E colori…

Chatwin e la camomilla minacciosa

La camomilla bollente m’è costata 50 euro di tastiera nuova. Avevo fatto saltare i tastini bianchi col cacciavite ed era rimasta solo una distesa di pochi centimetri di plastica, pressoché muta. Afasica (quasi). Avevo anche ricollocato la A e la Z, tanto per non perdermi in un segmento illimitato. Bene, questa sera accanto alla tastiera nuova s’erge minaccioso un altro bicchierone di camomilla. I tasti ci sono tutti. Resta da capire chi vincerà. Nel frattempo, 42 minuti dopo la mezzanotte, riguardo gli appunti (a matita su foglio bianco, ordinati, anche con una loro grazia, godibili, erotici): bachicoltura/sericoltura, pecorino romano, centrale del latte, lattesano, fiume sotterraneo. Rispetto all’indice scartoffiato della settimana scorsa ci sono anche i numeri di telefono e gli indirizzi. Manca solo un gesto, un piccolo gesto e poi, gli appunti, potrebbero cumularsi in azioni rutilanti. E magari il pecorino romano potrebbe finire incartato nelle larve dei bachi da seta in una confezione (da un litro) di latte. E fluire. Proprio come ieri sera fluivo, io. Alla ricerca? Di quello che ho trovato: un libro sulla Patagonia. Stanato da Bruce Chatwin. Avanti e indietro, su e giù per la libreria tentavo il contatto con i libracci di nera. Nessuna risposta. No comment neanche dai volumi esoterici: trova il tuo angelo, spiritista in 24 ore, medium e maccheroni, l’aura e il colore dei sogni. Persino i libri di cucina mi avevano voltato la faccia e uguale è stato per le biografie dei musicisti. Perché non tentare con la vita di Albano Carrisi mi somo chiesto, o spigolare sul passato trans erotico di Bowie o le “Tarantula” di Dylan. Finché Chatwin.

Camomilla bollente sulla tastiera

Datemi il tempo di correggere la fatica e riprenderò a curare i giorni. Raccontando. Ho una lista in tasca di direzioni. Non pensavo che il sedersi intorno ad un tavolo a tracciare rotte riuscisse ancora a darmi qualche emozione. La magia? Tornare a lavorare per il solo e unico gusto di raccontare. Forse la lista di oggi pomeriggio finirà in qualche pagina, forse. Ma, giuro, che allora io sarò già lontano. <Caro mio – pensai – fanne pure quello che vuoi>. Parole al vento o carta sotto le gabbie degli uccellini (per raccoglierne la merda, s’intende). Intanto continuo a sentire musica francese, penso che sabato tornerà Anna Gloria e che mezzo litro di camomilla bollente che cade sulla tastiera siano più che una semplice distrazione. E stasera in un sorso di vino ho persino sentito il profumo del rosmarino. Adieu…