La casupola

No, nessun bianco camice che spara. Neanche i copriscarpa verdi, di quelli che non si capisce quali germi debbano mai trattenere. Al San Camillo questa mattina sono stati i cambi di luce velocissimi delle ombre che chiudevano la casupola e del sole che picchiava sui muri bianchi e scrostati. Sono state le ombre della malattia, lunga, lunghissima, giorni, mesi, anche anni, raccontati, sintetizzati, strizzati. Li chiamano volontari. Sono piccoli eroi. Sì, diciamolo pure. Senza enfasi, col ritmo piano di una linea piatta. Sorrisi, sorrisi e sorrisi stretti fra le spalle…

Memorandum sul bianco che spara

Dopo i militari adesso si lavora ad un pezzo su un’iniziativa al San Camillo. Camici bianchi insomma. E’ qualcosa però che va oltre la beneficenza. Dopo i berretti verdi adesso tocca alle corsie. Beh, oltre tutto c’è lo sforzo per uscire da un torpore maligno simil-impiegatizio che percepisco come una maledizione, o forse come una battaglia. Resta il fatto che questo lavoro assume un senso quando si mischia alle emozioni e diventa odore, linee e colori. O magari anche a una voce. Così già ripasso a memoria la necessità del rispetto dell’inquadratura, il bianco che spara e che si mangia lo sfondo, il registratore digitale acceso a manetta per non perdere neanche un respiro e magari pure le pile cariche per un filmato. Ovvietà? I memorandum hanno il fascino del quotidiano…

Berretti

Punto. Il servizio sui militari se n’è andato così, alle 11 di sera di una giornata appiccicosa e umida. Tirata per i nervi. Due cartelle per raccontare un’altra notte romana. E le luci dei lampioni. Sotto l’ambasciata spagnola al Gianicolo due dell’esercito in tenuta grigioverde in un’ellisse di luce: mitra spianati, testa alta, berretto, stivali. L’unica cosa da fare (e che ho fatto) era fotografarli con il Fontanone per sfondo. Le parole contano sempre di meno, restano i flash dei rifiuti della stazione di Ponte Mammolo. Ah! Che giallo-arancione e che meraviglia il blu dell’insegna del nodo di scambio (così nel gergo di quella sera). Le stazioni? Una volta le ho sentite chiamare non luoghi. Una maniera gentile per dire che sono dei posti di merda dove prima te ne va e meglio è. Per me sono un fantastico esempio di architettura urbana: decadenza, rifiuti, ombre, cemento e plastica, vandali, chiazze di smog e grasso.

Il cappellino va

E’ tutto il giorno che mi sparo in gola una tazza rancida di thé verde. Fredda e senza zucchero. Fredda e senza zucchero. Senza zucchero. Mi scattano una foto e c’è quasi una forma di compiacimento nel fissare gli occhi sotto gli occhiali, le occhiaie sotto le ciglia, il baffo. C’è anche il cappellino…

La mousse di mela e il naso rotto

Hanno spaccato il naso a un cinese, gli hanno sparato in faccia che era un uomo di merda. Lo hanno preso a calci e poi sono scappati ai giardinetti. <Questa è una città che scivola sempre più in basso>, fa Annagloria con una sequenza di parole sospesa fra rabbia e rassegnazione. Fa appena in tempo a lanciare gli strali dell’amarezza in alto che il cucchiaino s’infila nella mousse di mela. Il giallo ocra s’era elettrizzato ai fari delle automobili di piazza Barberini. Neon su neon…