Polpacci e borsetta

Un quarantenne a Tor Pignattara ha preso a botte la madre per i soldi. Se n’è accorto uno che deve aver sentito le urla e s’ è affacciato. E’ arrivata la polizia e l’esagitato in questione ha continuato a dare in escandescenza. Pezzi di mattinale. E’ arrivato presto questa mattina. Avevo ancora gli occhi ammollati dal sonno. C’era pure un pattuglione sulle prostitute. Trans per essere precisi. A piazza Pino Pascali, sulla Togliatti, una puttana mi disse: “Guarda che un’anima ce l’abbiamo pure noi”. Il vertice cerebrale di quella frase mi colpì più della borsetta con cui m’aveva colpito. Abitino fucsia e polpacci da calciatore.

I saltimbocca alla notturna

Beccati questa. Un’altra notte che non s’incastra col sonno. I pensieri sono tante scatolette che fanno un trenino gli uni con gli altri. Ciuff, ciuff, ciuff. Ma non c’è niente dentro. O forse, sì forse c’è la voglia di non lasciare andare via la giornata. Deve finire proprio adesso? Ma insomma. Che sistema del cazzo è questo? Niente paura, la dimestichezza con le ore con i numeri piccoli non mi spaventa. A spaventare sono piuttosto le soluzioni, bizzarre va detto, che saltano sul piatto. Tornare sulla strada? Che odore….

Ciao Lucio…

Quando se ne andò le radio cominciarono trasmettere le sue canzoni. Una volta si faceva con le campane, suonavano tutte insieme. Un saluto, l’ultimo. In musica. Lucio Battisti. Era il 9 settembre di 10 anni fa. Settembre. Uno dei suoi successi più grandi raccontava di un “29 settembre”. Oggi lo ricorderanno in tanti, lo suoneranno ancora a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, dove era nato. Già, ma le commemorazioni per uno come lui, schivo e con gli occhi sempre bassi, fanno un effetto strano. Per chi volesse saperne di più, per chi volesse emozionarsi ancora, due giorni fa c’erano gli occhi di Giulio Rapetti a “Matrix”. Per tutti lui è Mogol, quel poeta in musica (non chiamatelo paroliere) che con Lucio aveva portato a la musica dentro il cuore della gente per rimanerci. E che meraviglia e che incanto ogni volta che Mogol si fermava sul nome del suo Lucio, e parlava «del suo sorriso e della sua ironia». Commemorazioni. Macché. Lucio Battisti è ancora maledettamente vivo e forte. Come trent’anni fa, anzi quaranta, quando alla fine degli anni Sessanta, fra i tumulti del Sessantotto e le sirene della liberazione sessuale, lui insisteva coi sentimenti. «No, non sarà un avventura…» e il torrente in piena di “Acqua azzurra, acqua chiara”. Altro che barricate. Battisti e Mogol erano in prima linea a raccontare i tumulti dell’anima e del cuore. Il loro, perché erano due ma era uno, era l’Inferno rosa dei rapporti di coppia presi a bordate dalla ridefinizione dei ruoli. Fra il maschilismo tutto italico “Donna tu sei mia e quando dico mia dico che non vai più via” e le “bionde trecce”. Commemorazioni. Già, ma al posto delle parole per incontrare Battisti e Mogol si può fare un salto in campagna. Fra gli alberi, la pioggia, “la Brianza velenosa” e quell’anima latina che «scende ruzzolando fra tetti di lamiera, inneggiando sulla scritta bevi Coca Cola». È vero, oggi Battisti lo commemoreranno in molti. Oggi a Poggio Bustone ci sarà un concerto in piazza con Roby Matano, il cantante del gruppo “I Campioni”, in cui Lucio suonò nei primi anni Sessanta. Ma Lucio non sarà lì, così come non sarà nei cofanetti rievocativi e negli spazi in coda ai telegiornali. Lui ha scelto «le verdi terre, le discese ardite e le risalite».

I capelli nella pizza

“Quanti capelli che hai, chissà se di tanti capelli ci si può fidare?”. Era stato il primo pensiero che gli era passato per la testa. Un secondo prima che lasciasse andare il piatto e la pizza sul tavolo. “Poi magari passa il tempo, i piccoli eventi della quotidianità ti si avvitano attorno e la possibilità per i pensieri deboli di uscire allo scoperto diventa sempre più flebile. I pensieri deboli. Malaticci e bruttini, acquisterebbero vigore alla luce del sole”, aveva immaginato. Da destra a sinistra, da sinistra a destra, la stessa luce faceva capolino dalle dita della mano che aveva preso ad agitarsi davanti agli occhi. “Scusami. Ero sovrappensiero”.

Lingue e peli al vento…

“La catastrofe è inevitabile”… Per ora c’è solo un grande mal di testa che mi si è orientato sulla perpendicolare della cucuzza. E poi c’è l’autunno che stenta a bussare ai vetri. I nostri eroi? Ci sono i cani che mettono la testa fuori dal finestrino, con la lingua che penzola e il pelo al vento. Scodinzolano pure. Il mal di testa si è spostato sulla linea delle orecchie. Che dire? Era meglio dove stava prima. Dicevamo, i nostri eroi. Sì, quelli. Ma all’improvviso un dito s’è alzato in aria. Che sconcezza, neanche un percorso di serietà. I neuroni, è bizzarra autonomia, si rifiutano di pescare nel torbido. E pesca pesca esce un dito alzato. E magari poi metto la faccia fuori dal finestrino, con la lingua penzoloni e il pelo al vento. Io…